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HENRI MATISSE: l’intervista perduta

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libro9Titolo del libro:                 Henri Matisse: l’intervista perduta
Autore:                               Serge Guilbaut (a cura di)
Casa Editrice:                   Skira
Anno edizione:                   2015
Formato:                             21 x 14,2 cm
Tipo copertina:                   morbida
Numero pagine:                  261
Illustrazioni:                        NO
Prezzo:                                18 €

Nota iniziale: spero di non incorrrere nelle ire della casa editrice se ho riportato alcuni pASsaggi tratti direttamente dal libro al fine di aiutare i lettori a farsi una valida idea dello stesso come se lo sfogliassero in libreria, questo al fine di promuoverlo positivamente senza nessun scopo di lucro.

Ho deciso di proporvi questo libro se già non lo conoscevate dopo esserne venuto per caso a conoscenza notando la pubblicità su di un quotidiano. E’ davvero interessante la possibilità di leggere l’ultima intervista rilasciata da Matisse ormai anziano a Paul Cauthion per la Skira nel 1941 e destinata ai lettori suoi contemporanei. Come riportato nel retro copertina questa intervista fu concessa dall’artista a 72 anni dopo aver subito una complessa operazione chirurgica.
Numerosi ed affAScinnati gli argomenti trattati: dai suoi primi anni a Parigi come allievo di Gustave Moreau pASsando per i suoi rapporti con Cèzanne, Renoir e Pissarro, per le sue collaborazioni con L’autore dei Balletti Russi Diaghilev fino ai suoi numerosi viaggi e alle riflessioni sulla sua opera e al modo di concepire l’arte.
Tuttavia quando l’editore Albert Skira e Cauthion sottoposero le bozze del libro a Matisse quest’ultimo cambiò idea e ritirò il suo consenso alla pubblicazione giudicando i contenuti troppo privati; l’intervista è andata così smarrita per oltre settatanni. Grazie agli eredi Matisse ed al J.P. getty Tr è stata pubblicata per la prima volta in traduzione italiana dallo stesso editore di un tempo.

Riporto alcuni estratti dalla Premessa ai Bavardages (di Pierre Couthion):

Ho incontrato Henri Matisse sabato 5 aprile 1941 al Grand-Nouvel Hotel di Lione. Il pittore era appena uscito da una clinica dove, dopo un grave intervento, aveva trAScorso tre mesi in completa solitudine.
[…]
Oggi dopo il lungo periodo di isolamento Matisse mi sembra un’altra persona: felice di constatare la sorprendente vivacità della propria memoria , ha il sorriso del sopravissuto che si è addentarto in quella zona pericolosa dove esiste soltanto la lotta per salvarsi la vita.
Ringiovanito, loquace com’era a ventanni, Matisse pensa ai pittori più occupati a parlare dei loro quadri che a dipingerli e rammenta quanto diceva ai suoi allievi: “Statemi a sentire, volete fare pittura? Allora cominciate a farvi tagliare la lingua perchè d’ora in poi dovrete esprimervi unicamente con i pennelli!”
Matisse è in genere riservato e sulla difensiva, ma dopo tre mesi di isolamento il tappo è saltato.
[…]
Da un’idea sgorga un ricordo, da un ricordo una storia e così via: Matisse parla a ruota libera, è inarrestabile. […]
Matisse racconta che durante la guerra del 1914-1918 lavorava in un albergo della Promenade des Anglais a Nizza nell’isolamento più totale. Un giorno gli fa visita Diaghilev, il creatore dei Balletti russi. Matisse lo stordisce di parole: l’altro non ha modo di aprire bocca. Il pittore se ne rende conto solo quando arrivano davanti ai Jardins du Roi Albert e si scusa. In risposta Diaghilev gli dà un’affettuosa pacca sulla spalla e gli dice: “Lo so com’è, caro amico, Debussy mi ha fatto lo stesso tiro!”
“Senta”, dice a quel punto l’editore Albert Skira dopo aver scambiato con me uno sguardo di complicità, “mi è venuta un’idea. Non crede che sarebbe magnifico raccogliere queste conversazioni? […]”
“Sono chiacchiere … piccole cose che sono interessanti soltanto per me. Comunque l’idea di farne un libro non mi dispiace.

[…]
Mentre parla M. fuma qualche sigaretta. Attraverso le tende intravedo le arcate del ponte sul Rodano e le sommità dei platani con i ramoscelli che iniziano già a tingersi di rosa con le prime avvisaglie della primavera. Affisse ai battenti bianchi della porta noto due riproduzioni a colori di Cèzanne: un paesaggio, la Montagne Sainte Victoire, e una natura morta.
“Il motivo per cui non mi sono ancora messo al lavoro” spiega Matisse anticipando la mia domanda, “è che per me neanche un semplice disegno è qualcosa di gratuito. Bisogna che dentro di me tutto tenda verso uno scopo preciso: dare espressione allo shock prodotto dagli eventi del mondo esterno.”
[…]
“Cosa pensa di fare?” mi chiede Matisse alludendo al nostro progetto di libro. “Niente di pomposo, voglio sperare”.
“stia tranquillo, non è nelle mie intenzioni. Del resto non le calzerebbe affatto. Lei non è un grande vecchio come è stato Monsieur Ingres. In lei non cè ninete di rigido, la sua pittura è giovane e ardente. Piuttosto lei si avvicina a Delacroix.”
[…]
Decisamente l’idea di questo libro piace a Matisse. Mentre ci congediamo, Albert Skira e io, è lui stesso a chiedere: “Allora quando ci rivediamo?”
Concordiamo di pranzare insieme l’indomani al ristorante Morateur.

Da questo punto prendono vita le nove parti del libro, ciAScuna per ogni conversazione intrattenuta da Couthion con Matisse nel 1941. Ogni conversazione si apre con una breve introduzione che descrive l’atmosfera e il luogo d’incontro e in linea di mASsima le tematiche affrontate.
In ogni frASe è riportata l’iniziale della persona che parla:
HM = Henri Matisse
PC = Pierre Courthion
AS = Albert Skira

Nella prima conversazione si parla degli inizi dell’avventura artistica, dei sui iniziali studi di diritto voluti dal padre fino al momento in cui decide di dedicarsi all’arte con impegno. Nella prima conversazione ad un cert punto Matisse parla di quando si trovava al liceo di Saint Quentin:

PC: E’ stato allora che ha avuto l’idea di dedicarsi alla pittura?”
HM: Quando, alla fine dell’anno Emile Jean e io siamo risultati i primi della clASse in disegno, o forse i secondi, ho constatato semplicemente di possedere una certa facilità nel disegno, ma non ho considerato la possibilità di continuare su quella strada. E’ stato parecchio tempo dopo che ho pensato alla pittura.” La narrazione continua raccontando di quando ebbe l’appendicite e fosse stato costretto ad un lungo periodo di convalescenza. La madre anche il padre non era proprio daccordo gli regalò una scatola di colori con all’interno due piccole cromo che rappresentavano un mulino a ruota e l’entrata di un piccolo borgo.
PC: E lei le ha copiate?”
HM: Si. Il Mulino è firmato ESSITAM, il mio nome al contrario. Un quadro deve essere firmato, no?
Prima niente mi appASsionava. […] ma a partire dal momento in cui ho avuto in mano quella scatola di colori ho sentito che la mia vita era lì. […] Dipingere era la grande attrazione, una specie di paradiso ritrovato dov’ero totalmente libero, solo, tranquillo, mentre prima le cose che gli altri mi facevano fare mi davano un pò di ansia o mi tediavano.”
HM: […] Poi mi sono comprato un manuale, La manière de peindre di Goupil e libro alla mano mi sono messo a dipingere. Il diritto? Non mi pASsava neppure per l’anticamera del cervello.[…]”

La seconda conversazione racconta del suo trASferimento a Parigi e di tutti gli studi e scuole che frequentò per apprendere la tecnica del disegno e dlla pittura, frequentando maestri del calibro di Bougerau, Ferrier, Cormon fino a Gustave Moreau. Si racconta delle sedute di copie al Louvre e delle difficoltà incontrate nella riproduzione fedele dei colori:

AS: Nel cASo della riproduzione a colori i due pittori che mi fanno ammattire di più sono Chardin e Corot.”
PC: penso che il colore di Matisse sia facile da riprodurre, o no?”
HM: Si, perchè io uso solo colori puri. Il mio blu è il blu che ese dal tubetto. Chiunque può copiare i miei dipinti. BASta sapere che blu è: cobalto, oltremare, più o meno spesso, e sono la sua quantità ed il suo spessore che ne detrminano la qualità. Su una riproduzione a colori entra in gioco la proporzione dei colori. La materia non c’è.[…]”
HM: […] Neppure gli allievi di Gustave Moreau hanno notato che i maestri hanno ciAScuno una materia particolare […]”

Le conversazioni successive sono tutte interessanti, i primi quadri venduti, il salomne d’Automne, il sostegno importante del mercante d’arte Voillard, i suoi viaggi a Tahiti, poi anche in nord africa ma sarebbe per me complicato riportare tutti i punti che avevo evidenziato. Preferisco riportare alcuni pASsaggi dell’ultima conversazione, la nona, dove veramente matisse parla della sua arte.
Di seguito alcuni pASsaggi interessanti:

PC: E’ sempre riuscito a capire con lucidità a che punto era arrivato?”
HM: Più o meno; ho fatto il possibile.”
PC: Non c’è un momento in cui si giudica con più facilità? Immagino che debba essere un pò dura soprattutto all’inizio. E’ così?”
HM: Credo sia molto difficile. Alla fine della sua vita, renoir diceva: ‘Caro amico, solo fra venticinque anni si saprà cosa vale la mia pittura. Bisogna sia uscita dalla sua epoca per vedere cosa ne rimane, uscita dal movimento generale per sapere cosa valga a livello individuale.”
[…]
PC: E’ molto giusto quanto diceva prima: i veri artisti lavoravano per il proprio piacere.”
HM: Non lavoravano per la gloria, ma per esprimersi, ed è per questo che sono arrivati ad essere apprezzati. Quando si lavora per gli altri non si approda a niente.”

In un altro pASsaggio MAtisse parla della sua tavolozza:

HM: quando dipingevo al Musèe du Louvre il pomeriggio usavo nei miei lavori personali la tavolozza bASata sulle tonalità brune degli antichi maestri, in particolare quelli olandesi.”
PC: La tavolozza di Davidsoon De Heem?”
HM: Esatto. Poi ho fatto un soggiorno in Bretagna con un mio vicino.
[…]
Stavamo a Belle Ile en Mer. Alla fine delle sessioni discutevamo del nostro lavoro e allora ho cominciato a notare e ad ammirare la luminosità della tavolozza impressionista, con la sua mescolanza di colori prismatici. Trovavo che era più affine alla resa diretta, più a conttato con la natura, soprattutto quando si trattava di soggetti all’aria aperta.
Così sono tornato dalla Bretagna con l’idea di una nuova tavolozza […]”
[…]
HM: Ho finito per considrare i colri come forze da ASsemblare a seconda di come dettava l’ispirazione. I colori possono essere trASformati dai rapporti fra di essi; ossia, un nero diventa nero-rosso se messo vicino a un colore un pò più freddo come il blu di prussia, mentre diventa nero-blu se posto vicino ad un colore che abbia fondo estremamente caldo, l’arancio per esempio. Da quel momento ho cominciato a comporre un atavolozza espressamente per ogni dipinto il che mi consentiva di sopprimere dalla tela uno dei colori primordiali come un rosso, un giallo, un blu […] l’esatto contrario di ciò che prescrive la teoria del neo impressionismo […]”
PC: Insomma, i complementari”
HM: Si. In un dipinto le reazioni dei colori neoimpressionisti comportavano dei dominanti. Questi dominanti creano reazioni, ma devono pur sempre restare dominanti.”
[…]
HM: Le mie reazioni non sono subordinate ai dominanti ma raggiungono la loro stessa intensità. […] Tutti i colori cantano insieme; hanno la forza necessaria per creare il coro. E’ come un accordo musicale.”
[…]
PC: Questo spiega perchè nella sua natura morta ‘natura morta con busto di gesso’ abbia lASciato trASparire alcune zone di bianco della tela.”
HM: Era molto interessante, ma non potevo continuare su questa strada, perchè un dipinto è per definizione una tela coperta di colori. E poi partivo sempre dal bianco. Avrei potuto partire da un fondo diverso dal bianco ma non mi è mai riuscito. Credo che ciò dipendesse dal mio contatto con i neoimpressionisti che consideravano il bianco il supporto della purezza e il punto di partenza di ogni creazione. […]”
[…] “HM: […] Mi trovavo in un punto del Bois de Boulogne dove a destra avevo il lago e la sponda con i suoi alberi. ne ho scelto uno […]che mi piaceva […] Per fissarlo sulla tela, ho cercato filo a piomboi alla mano l’albero che corrispondeva di più alla direzione verticale. l’ho indicato in un piccolo riquadro. […] Ho inserito la mia verticale e mi sono detto: da qui non si sposterà”
PC: Abborda il paesaggio con un’idea già sviluppata dentro di lei?”
HM: Ah! Niente affatto. Volevo trovare un mezzo per indicare in modo definitivo il posto che i miei elementi avrebbero occupato sulla tela, per non doverli continuamente spostare. […] Volevo mettere dei punti fissi nella composizione. Quell’albero sarebbe stato ancora lì l’indomani, dopo una settimana e per sempre”
[…] “PC: Cosa guidava la scelta del luogo?”
HM: Il mio gusto semplicemente … ”
PC: Il luogo è una specie di valvola di sfogo?”
HM: E’ lo shock liberatore; […] Si sono immagazzinate delle sensazioni, si è carichi …”
PC: Lei è ricettivo?”
HM: Sì. Il mattino, per cominciare bene la giornata devo ammazzare qualcuno, devo avere delle cose da dare, energia da spendere. Quando sei così ti metti in moto ed ecco che, all’improvviso ti trovi davanti all’oggetto che innesca la scintilla: bisogna rappresentarlo. […] Per esprimere tale sentimento devi ASsolutamente rappresentare l’oggetto.”
[…]
HM: … per creare un’opera d’arte ci vogliono un’artista, un oggetto,, l’opera, il pubblico. ASsolutamente, se non c’è pubblico non c’è artista […]”
[…]
HM: La pittura è un mezzo di comunicazione, un linguaggio. L’artista è un esibizionista. Toglietegli gli spettatori e l’esibizionista se ne va con le mani in tASca.[…]”
[…]
HM: SI. Qando ho un modello inizio facendo un ritratto letterale, quASi fotografico, per potermi impregnare del carattere del modello, della sua personalità. Dopo, quando sento di aver stabilito il contatto, lAScio lavorare la mano.”
[…]
PC: E questo poi le permette di esprimere solo l’essenziale. Con l’aiuto delle costanti che vi ha osservato ricrea l’oggetto o il modello, gli dà vita sotto un’altra forma, la sua forma, nella quale però il carattere, il tipo dell’oggetto o del modello sono ugualmente riconoscibili.”
HM: Si, se dovessi dipingere o disegnare un ramo di fico comincerei con il disegnare le foglie più caratteristiche, rispettando la somiglianza e terminerei inventando delle foglie bASandomi su queste. Generalizzerei.”
PC: Deve possedere il modello!”
HM: Bisogna soprattutto farsene un’immagine bASata sui dettagli. Evitare che l’immaginazione lavori su qualcosa che non appartiene al modello.”
[…]
PC: L’altro giorno mi ha detto una cosa molto interessante: l’artista non prende la luce dalla realtà ma crea la propria luce. Questo è verissimo se si pensa a Rembrandt, a Corot, a lei.”
HM: Si, giocando su una gamma di toni chiari e scuri l’artista crea una sensazione, un’equivalenza di luce. Se mette un oggetto bianco accanto a un oggetto nero, l’impatto, il contrASto fra questi due oggetti producono nella mente un’impressione analoga alla luce. E’ una questione di rapporti.
Il pittore che copia un quadro, copia il cielo, un campanile scuro, un tetto meno scuro ecc. I colori sono quelli degli oggetti, più o meno addolciti in bASe a regole che distruggono ogni inventiva. La sua è un’imitazione letterale. Non è possibile copiare la luce. La si sente e la si esprime con mezzi quali il colore, il disegno ecc. Si crea un’equivalenza […]

Il libro mi è piaciuto per la diversità di temi trattati, perchè ha mostrato l’artista aprirsi a noi, parlare a fondo sia della sua vita e della sua arte, inoltre mi ha maggiormente raggiunto in profondità in quanto anche io persona che si cimenta con la pittura ed il disegno. Anche se Matisse non è il vostro pittore preferito è una lettura che vi consiglio.

 

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